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Governo 5 stelle ?

Presentare la squadra di governo prima delle elezioni, va riconosciuto può essere un nuovo modo di fare interessante. Proporsi agli elettori con il massimo della trasparenza è intenzione meritoria. Ciò che al contrario mi provoca qualche perplessità è una valutazione nel merito.

La professionalità e la competenza sono qualità imprescindibili per assumere una responsabilità di governo del Paese: è una conditio sine qua non.

I danni e l’inefficacia dei troppi casi in cui sono stati premiati con poltrone governative emeriti incompetenti sono, purtroppo, da tutti noi conosciuti. Lo abbiamo tutti imparato a nostre spese con i Governi di ogni colore, compreso l’attuale.


Ma il problema è se competenza e professionalità siano anche condizioni sufficienti per svolgere al meglio la gestione di un dicastero di un Paese come l’Italia.

Sinceramente credo proprio di no. Essere docente in una Università italiana e scrivere sulla prestigiosa rivista Limes, non necessariamente implica la capacità di svolgere una funzione chiave come quella di Ministro degli Affari Esteri. Essere un bravo imprenditore non necessariamente implica saper occuparsi del bene comune della produttività di tutto il Paese. Aver pubblicato molti libri, non sempre comporta saper anche trovare le migliori soluzioni per l’applicazione delle teorie elaborate nella realtà complessa del governo di un Paese.

Esercitare una funzione di governo richiede anche capacità ed esperienza gestionale; necessita di capacità negoziale; implica la difficile mediazione tra le proprie utopie e la concretezza della governance.


Profeti e Re, fin dalla saggezza biblica, sono ruoli interdipendenti, ma altrettanto distinti. Troppe volte abbiamo constatato e subito i disastri fatti da profeti messi al governo e di re senza profezia.
Nel segreto dell’urna, credo utile valutare anche questo.

Uguaglianza e giustizia sociale

Il ritorno in campo di Silvio Berlusconi ripropone una vessata questio che da qualche tempo occupa i dibattiti politici: ha ancora senso una distinzione tra destra e sinistra?   O meglio: ha ancora senso parlare di differenze tra culture di riferimento per gli attuali schieramenti politici?

Ben prima dell’avvento di Trump e dell’evidenza provata – un esempio su tutti può essere le sue scelte in materia di lotta ai cambiamenti climatici – di cosa possa significare passare da un democratico alla Obama ad un populista conservatore come il biondo Tycoon, ho sempre ritenuto che la negazione di una diversità, a tratti una divaricazione, tra riferimenti ideologici, tutt’altra cosa che le ideologie, delle esperienze politiche e di governance altro no sia che l’affermazione di un pragmatismo orientato alla conquista di qualche voto in più. Spesso, come insegna la storia recente, perseguito facendo leva su un mix di populismo e semplicismo che tanto attrae i residui di fiducia di buona parte di una società colpevolmente relegata nella difesa di interessi particolari e personali.

Nel nostro Paese, il problema si ripropone con alcune delle più recenti  manifestazioni di intenti proclamate dal Cavaliere, come nel caso dell’intervista rilasciata a LA7 la scorsa settimana, e con alcune decisioni assunte dal Governo  a maggioranza PD attualmente in carica.

Il primo per aver rilanciato, rivendicandone peraltro la paternità, la promessa di una Flat Tax nel caso di sua nuova nomina a primo ministro; il secondo con la decisione assunta di sostenere l’iscrizione alle scuole materne fondata unicamente sul principio di “chi primo arriva meglio alloggia”. Una sorta di Flat Subsidy da erogare indipendentemente da qualunque considerazione circa lo stato socio-economico delle famiglie potenzialmente beneficiarie. In entrambi i casi, paradossalmente, la strumentale confusione tra eguaglianza e giustizia sociale portano a valutare proposte e scelte di questo tipo come mezzucci propagandistici per accaparrarsi i favori di cittadini sempre più sollecitabili solo sul piano dei piccoli  o grandi vantaggi economici che potranno ottenere orientando il proprio voto o la propria propensione politica verso l’uno o l’altro schieramento. Poco importa se il prezzo da pagare sia una grave  deresponsabilizzazione verso ogni altra considerazione circa la necessità, anche in vista di “far ripartire” la nostra economia, di puntare su una giustizia redistributiva, sia nel caso dei prelievi fiscali, sia in quello dei sostegni pubblici agli investimenti sul futuro degli italiani.

La semplificazione derivante dalla non assunzione di responsabilità da parte dei governanti in teoria chiamati a promuovere il bene comune, cioè quello di tutti i cittadini, non è pratica nuova. Ad esempio basti ricordare la politica dei “tagli lineari” – ancora una sorta di Flat cut – praticata da Tremonti a Padoan passando per Visco e Monti. Nella necessità di reperire risorse si taglia indistintamente e uniformemente su tutte le voci di bilancio pubblico così da “non scontentare nessuno”, ma senza nemmeno scommettere sbilanciandosi su l’uno o l’altro settore. Si riducono le sovvenzioni alle burocrazie, ma anche quelli sulla scuola; si taglia sui finanziamenti alle rappresentanze diplomatiche, ma anche sui fondi per la lotta alla povertà; si abbassano le sovvenzioni alle banche …. No : ciò a dire il vero non è mai accaduto!

L’egualitarismo sociale utopico di passate ideologie non può trovare alternativa in un egualitarismo strumentale delle attuali realpolitik.  Valutare la spesa sociale  come investimento o, al contrario, come fardello sacrificale del profitto propone una differenza sostanziale tra impostazioni politiche e culturali sanamente avversarie di una democrazia compiuta. Considerare la giustizia sociale l’investimento prioritario per una ripresa economica o, piuttosto, una inevitabile regalia da sostenere e una pesante zavorra da trascinare sono modi contrapposti di pensare al futuro. Anche quello della governance di un Paese.

“alla tedesca”!

Dopo mesi di dibattito, finalmente una proposta di legge elettorale incontra già sin da oggi una maggioranza parlamentare. Proposto da Berlusconi e ratificato  dal sondaggio online dei grillini, il sistema proporzionale “alla tedesca” riscuote il consenso della maggior parte degli schieramenti politici.

Sin dai tempi del referendum del 1999, ho sempre considerato come inadeguato un sistema di voto improntato a un modello maggioritario secco, non tanto in termini assoluti, in alcuni Paesi funziona e anche molto bene, ma relativamente alla nostra cultura socio politica italiana.

Ovviamente, ognuno è libero di pensarla a modo suo e le argomentazioni pro e contro qualunque sistema elettorale sono spesso alquanto fondate e degne di riflessione. In tal senso mi auguro sia improntata la decisione che ancora resta da assumere da parte del PD e che verrà ufficializzata nei prossimi giorni.

Ciò che invece reputo inaccettabile, e sinceramente vergognoso, sono le voci di leader politici che già in queste ore immediatamente successive alla pubblicazione dei dati del sondaggio pentastellato si affannano nel tentativo di rifiutare la soglia di sbarramento fissata al 5% . Una tale richiesta altro non manifesta che un mero, basso e miope interesse di parte. Ora, se la politica dovrebbe essere quella scienza che pensa la bene del Paese, queste opposizioni hanno veramente dell’inaudito. Soprattutto quando a farsene paladino altri non è che l’attuale più alto rappresentante del nostro Paese all’estero.

Spero che il Parlamento proceda spedito e sappia almeno dare quel segnale tanto atteso, benché  simbolico, di convocarci alle urne prima della fatidica data di maturazione del diritto alla pensione della maggioranza degli attuali parlamentari.

Spese militari: Italia + 11% !

Stando ai dati del prestigioso Stockholm International Peace Research Institute, tra il 2015 e il 2016 le spese militari in Italia sono cresciute dell’ 11%. Un dato sostanzialmente confermato anche dalla NATO che attribuisce alla spesa pubblica dello stato italiano un rialzo del 10.63%.

A fronte di un incremento su scala mondiale dello 0,4%, e di un più 2.6% in Europa, il nostro Paese ha registrato uno degli incrementi più significativi della sua storia recente. Nel bel mezzo del misero frastuono degli avvicendamenti al Governo e alla segreteria del Partito Democratico, delle eclatanti dichiarazioni dello stato di crisi economica in cui verte il Paese, degli accorati appelli alla comprensione verso i sacrifici ancora una volta richiesti ai cittadini, degli impegni reiterati e mai onorati di investire risorse nella grande piaga italiana della disoccupazione, dei lamenti per le risorse necessarie all’accoglienza dei migranti, resta il fatto che tre successivi governi di centro sinistra hanno avvallato un dispendio di denaro pubblico per la spesa militare. Così come il Premio nobel per la pace Barack Obama che nello stesso periodo ha pensato bene di aumentare le spese per le armi degli USA dell’1.7%, i nostri ultimi governi “progressisti” una volta tanto hanno pensato bene di primeggiare a livello mondiale.

Ciò che stride ancor di più, è la contemporaneità delle recenti posizioni pubblicamente assunte dal Governo del nostro Paese a fronte dell’escalation delle minacce di guerra a livello internazionale e di quelle formalizzate in sede di Nazioni Unite nel corso dell’ultima sessione della Commissione per il disarmo e la messa al bando delle armi nucleari dove si è schierato tra i Paesi più favorevoli alla adozione di una risoluzione vincolante che metta fine alla produzione e al commercio degli ordigni di morte.

Contraddizioni così lampanti e fatti di tale gravità non devono passare sotto silenzio e le nostre intelligenze non possono essere narcotizzate dai fumogeni di discussioni leziose interessanti solo per quelle preoccupate di garantirsi una rendita per le prossime scadenze elettorali ed eventualmente per la propria vecchiaia.