MERCOSUR: quello che non (ci) viene detto

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Come noto, lo scorso 17 gennaio, dopo 26 anni di trattative, l’Unione Europea ha firmato il MERCOSUR, l’accordo di libero scambio con alcuni Paesi sudamericani. Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – i quattro Paesi “fondatori” dell’accordo – ai quali si potrebbero presto aggiungere Bolivia – che attende solo la ratifica del Parlamento di Bogotà – Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname sono gli Stati che siedono al tavolo con la Commissione Europea.

Altrettanto nota è la protesta organizzata dagli agricoltori italiani ed europei – come spesso francesi in testa – per bloccare l’entrata in vigore di questo trattato di libero scambio, tanto da provocare uno stop da parte del Parlamento di Strasburgo il quale, con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, lo ha sospeso in attesa del parere vincolante della Corte di Giustizia europea in merito alla conformità con i Trattati europei in vigore. Ovviamente, con grande soddisfazione e annesse dichiarazioni di vittoria da parte delle principali associazioni di categoria di Paesi UE, italiane comprese.

In ballo, forse meno noto, c’è un giro di scambi commerciali che si aggira attorno agli 80 miliardi di Euro, e un “forte rilancio dell’economia europea” – come argomentato dai sostenitori dell’accordo – grazie all’abolizione del 90% dei dazi sulle esportazioni di prodotti UE e l’apertura di nuovi mercati, soprattutto per le produzioni industriali, veicoli a motore, macchinari e prodotti chimici e farmaceutici in particolare.  

Del tutto sconosciuto qui da noi, invece, è che la stessa ferma contrarietà al Mercosur, con annesse dimostrazioni di protesta e ostracismo, è da sempre espressa anche dagli agricoltori dei Paesi latinoamericani coinvolti. Purtroppo, con molta meno influenza lobbistica di quanto non possano mettere in campo le potenti associazioni di categoria europee, comprese le italiane Coldiretti e Confagricoltura.

Ma allora a chi giova il MERCOSUR? Chi ne trarrebbe significativamente vantaggio? Perché agricoltori del Nord e del Sud sono schierati sulle medesime barricate?

Suonano di ridicolaggine le motivazioni addotte alla difesa dei prodotti “made in Italy” e delle eccellenze alimentari del nostro Paese. Se questo fosse realmente l’obiettivo di questo trattato commerciale e degli altri accordi sottoscritti con i Sud del mondo, innanzitutto i principi di salvaguardia, tutela e promozione dei prodotti locali dovrebbe valere universalmente. Anche per i produttori del Sud del mondo, che ricordiamo essere ancora al 90% piccole aziende a conduzione familiare. Come in Italia solo pochi decenni orsono, prima cha migliaia di aziende agricole locali e le loro produzioni finissero nelle mani delle fameliche concentrazioni della Grande Distribuzione Organizzata (GDO)e delle multinazionali dell’agro-alimentare.  

Nemmeno la giustificazione retorica della difesa dei consumatori presuntamente messi al riparo dalle sofisticazioni di prodotti che non rispettano gli standard qualitativi (sanitari) imposti alle produzioni alimentari della UE – uso dei pesticidi e dei fitofarmaci in primis – regge alla coerenza. Non si spiega, infatti, come cotanto ardore salutista si concili con il fatto che la maggior parte dei prodotti vietati dai regolamenti UE sono prodotti nella nostra Europa, ancora oggi esportati proprio nei Paesi dei Sud del mondo e utilizzati dai grandi produttori agricoli di quei Paesi che, si sa, in gran parte sono europei o nordamericani. Lo stesso dicasi per gli Organismi Geneticamente Modificati (OGM) che, facile intuire anche dai non addetti, sono totalmente ottenuti nei laboratori delle multinazionali del Nord del mondo. Fosse veritiera quella premura, basterebbe vietare la produzione degli uni e degli altri, non solo il loro utilizzo!

Potrei continuare nelle analisi di dettaglio. Ma qui, credo valga la pena saltare direttamente alla sintesi del ragionamento. Il MERCOSUR altro non è che un ennesimo accordo che favorisce un modello di sviluppo industriale, anche con riferimento al settore agricolo ormai completamente industrializzato anche nella nostra Europa e orientato alle esportazioni in quei Paesi dei Sud del mondo le cui popolazioni, prettamente agricole, paradossalmente soffrono la fame . Chi ne trarrebbe reali vantaggi, una volta entrato in vigore, sarebbero ancora una volta le grandi concentrazioni produttive e le multinazionali della trasformazione e della commercializzazione a discapito di un vero sostegno alle agricolture e agli agricoltori locali in Europa e nei Paesi poveri dei Sud del mondo.

Ancora una volta a corroborare questa tesi vengono in soccorso i dati. Ne potrei citare molti. Mi limito a ricordare quelli relativi alla distribuzione dei sussidi all’agricoltura stanziati con la PAC (Politica Agricola Comune). Come evidenziato nel rapporto di Greenpeace, in Europa il 40% di questi sussidi è percepito dall’1% dei produttori. Più precisamente, l’1% ne riceve il 40%, il 10% ne intasca i due terzi e il 20% ne beneficia per i quattro quinti. In Italia, tanto per non (s)parlare di altri, le suddette percentuali sono rispettivamente del 31, del 69 e dell’82%.

La battuta di arresto del MERCORSUR potrebbe essere, finalmente, l’occasione per rivedere e correggere un modello di sviluppo – agricolo in particolare – che ha consegnato al profitto e agli speculatori uno dei patrimoni culturali, sociali, economici e antropologici fondamentali dell’umanità.

La “cucina italiana” – quindi i prodotti della nostra terra – è stata recentemente riconosciuta dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”. Perché ciò non sia una becera rivendicazione patriottica o una meschina ed incoerente misura protezionistica, il diritto a preservare e sviluppare le produzioni agroalimentari locali deve essere garantito a tutti i popoli e tutelato per tutte le culture del mondo.

Il cibo non è una merce! Tanto meno una merce di scambio per le avide fauci di pochi ricchi paperoni.

(per chi volesse approfondire https://altragricoltura.net/wp-content/uploads/2025/12/traduzione-italiana_posizione-CEVC_UE-Mercosur.pdf)

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