Sotto il tavolo con Lazzaro
Il sottotitolo scelto da Luigino Bruni – Professore Ordinario Economia Politica e Coordinatore del Dottorato Scienze dell’Economia Civile all’Università LUMSA di Roma – per il suo articolo pubblicato oggi da Avvenire, è motivo di riflessione e dovrebbe essere causa di un cambiamento radicale nella cultura e nell’azione di chi, come lui dice, “presuntuosamente” decide e sceglie in nome dei poveri.
La riflessione di Luigino giunge in occasione della “Giornata mondiale dei poveri”, voluta da Papa Francesco nel 2017, che si celebra oggi, domenica 16 novembre. E in quel “dei poveri” sta tutta la questione, tutta la forza, tutta la rivoluzione intuita come necessaria da Francesco e tutta la differenza con l’altra giornata sulla povertà celebrata dalle Nazioni Unite ogni 17 ottobre dal 1992: la “Giornata internazionale per l’eliminazione della povertà”. Questa iniziativa, sicuramente lodevole, è il frutto di quanto operato da padre Joseph Wresinski, fondatore del Movimento “Atd Quarto Mondo” che dal 1987 si batteva e agiva al fianco dei poveri ed ebbe l’idea di celebrare la “Giornata mondiale per il rifiuto della miseria”, poi ripresa a Palazzo di Vetro.
Ma lo ripeto: la differenza tra le tre celebrazioni è evidente, almeno per chi con i poveri ci lavora per davvero, per chi dei poveri condivide le sventure, per chi ai poveri ritiene necessario far sentire la voce evitando di parlare in nome loro presupponendo di saperne interpretare i bisogni e, cosa ancor meno credibile ai più, predisporsi ad accogliere ed applicare le soluzioni da essi proposte.
Strano, a pensarci bene, come per qualsivoglia campo dell’esperienza umana il concetto che il sapere cosa fare e come muoversi è naturalmente abbinato all’esperienza maturata in quel determinato settore. In tutti i campi, tranne che in quello del contrasto alla povertà. Nel “mercato”, nella finanza, nel commercio, nell’economia, nell’artigianato e via dicendo è normale attribuire la competenza solo alla pratica, alla vita vissuta, all’avere le mani in pasta. Raramente, per non dire mai, si crede possibile acquisirla sui banchi di scuola o ai corsi di formazione teorica di qualche guru moderno. Cosa che, invece, sembra prevalere quando trattiamo di lotta alla povertà e alla miseria.
Mai che in qualche ambito decisionale i poveri siano ammessi. Mai che vengano chiamati a progettare il loro futuro. Nella migliore delle ipotesi, con grande gratificazione di chi senz’altro in buona fede opera “per loro”, i poveri sono “ascoltati, consultati” per poi farsi interpreti delle loro esigenze e latori dei loro bisogni senza minimamente avere messo le nostre mani nella pasta maleodorante dell’emarginazione, della miseria e dell’indigenza. Senza mai aver provato a imbastire il giorno successivo per sé e per la propria famiglia con a disposizione due dollari al giorno, come quotidianamente obbligati i due terzi dell’umanità. Senza l’assillo del trovare un riparo nelle gelide notti che attendono nei prossimi mesi i senza tetto e inventarsi come difendersi dalle operazioni di sgombero e pulizia degli sceriffi delle nostre città.
I poveri, persone che dovremmo iniziare a chiamare con il termine più idoneo di “impoveriti” dall’egoismo e dall’individualismo imperanti, necessitano innanzitutto di condivisione, di empatia, di sussidiarietà. Noi, buoni samaritani pronti a lavorare “per” loro, come dice l’amico Luigino dovremmo iniziare “a guardare il nostro mondo stando con Lazzaro sotto il tavolo del ricco epulone, perché la prospettiva dei poveri sul mondo è essenziale anche per chi povero non lo è o non lo è più. I poveri non devono restare solo oggetto degli studi, di parole, di azioni e di preghiere, possono diventarne soggetti: vedremmo altri studi, altre azioni, altre preghiere”.

