Il Ginkgo e la luna

Il conosciutissimo adagio del dito e della luna, superfluo richiamarne qui il significato, a Cantù potrebbe essere parafrasato con la dicitura ben più attuale del titolo di questo scritto.

Nel corso dei giorni scorsi, come facile rintracciare su sovrabbondante stampa locale, esponenti dell’Amministrazione, maggioranza e minoranza, bar e mercato, singoli cittadini e indomiti facebookisti affetti da oversharing, si sono lanciati in una ampia e accesa disputa in merito all’abbattimento del bellissimo Ginkgo biloba svettante all’angolo del parcheggio antistante la cittadina stazione dei Carabinieri sulla via Manzoni.

Chi per denunciare lo scandalo dell’eliminazione di siffatto magnifico esemplare arboreo – apprezzamento che condivido appieno – chi per giustificare l’inevitabilità di una scelta sofferta quanto necessaria a consentire l’avvio del cantiere per il raddoppio del citato parcheggio e soddisfare un’indubbia necessità dei cittadini.

Sono un agronomo, appassionato di natura, convinto paladino della tutela dell’ambiente e della sostenibilità. Per di più, socio di quella Cooperativa canturina che per anni ha amorevolmente potato quell’opera della natura con le foglie a ventaglio, sino alla sua consegna alle incurie delle gare al massimo ribasso.

Da tale inconfutabile posizione, rimango perplesso nel vedere il diffuso accanimento sull’abbattimento del Ginkgo – ma non degli altri alberi ad alto fusto abbattuti, nello stesso parcheggio e per il medesimo motivo, altrettanto utili quanto “il bello di famiglia” – e l’assoluta quiete rispetto alla causa del suo abbattimento: il raddoppio in altezza del parcheggio mediante la realizzazione di una piattaforma a livello di piazza Marconi.

Senz’altro, immagino, i Consiglieri comunali avranno potuto prendere visione del progetto. Noi cittadini, al contrario, non abbiamo ricevuto alcuna rassicurazione che un’opera di tale impatto non contribuisca a definitivamente deturpare quel poco che resta di una Cantù-centro che, dalle speculazioni palazzinare degli anni ’60-70 in poi, non ha mai interrotto la sua metamorfosi da ridente cittadina a polis orribilis. Cittadini che maggioranza e minoranza hanno rintuzzato nella disinformazione e relegato ai margini decisionali e privato degli ambiti partecipativi che tanto inducono indifferenza, disillusione e disamore per la cosa pubblica.

Siamo dei giustificati “umarei” attanagliati dal dubbio che una qualche alternativa, come l’adozione di una soluzione simile a quella dell’adiacente via Murazzo o di un ampiamento interrato compatibile con l’orografia della via Manzoni forse più onerosa – ma che prezzo ha la tutela dell’ambiente e della natura? – ma altrettanto efficace e di gran lunga più rispettosa del paesaggio, quindi del Ginkgo.

Con beneficio di inventario e in tutta sincerità, in attesa che qualcuno – bontà sua – senta il dovere di condividere le info su questa ennesima cementificazione e su di una edificazione con tale impatto per la nostra città, ritengo il doloroso sacrificio del Ginkgo ben più rimediabile rispetto a quello dell’ennesima proliferazione di opere di cementificazione e strutture permanenti sopportate da Cantù e dai canturini.

Sempre che lo sguardo non si fissi sul dito. 

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