Di preti, amministratori, politici e cittadini

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La lettera aperta scritta da don Giusto della Valle e indirizzata alla città di Como ha creato, come prevedibile, una serie di reazioni e di posizionamenti. Pro e contro, come inevitabile.

Legittimo avere posizioni diverse rispetto alla lettera. Non altrettanto estrapolarne alcuni passaggi avulsi da altri con i quali il don chiarisce senza equivoci come i destinatari delle sue parole siano “la politica e chi guida la città” e non “tutti i comaschi” tra i quali, dice sempre il don, “migliaia di persone che ancora credono nella possibilità di costruire una Como fraterna …. Che non si identificano in chi guida la città”.

Il giudizio di “città disumana” affibbiato al nostro capoluogo di provincia “chiusa tra lago e colline” e le frecciatine neppure tanto sottintese indirizzate all’orgoglioso slogan “semm cumasch” scagliate in direzione della ricca società calcio comasca, hanno, quindi, destinatari ben definiti e altrettanto chiaramente identificati. Alla luce di ciò, risultano incomprensibili le reazioni di certa politica che illegittime sono almeno in quanto derivanti da abitudinale lettura strumentale dei soli passaggi utili ad aizzare i propri tifosi, o che denotano una volgare ignoranza inammissibile in chi chiamato a ruoli apicali.

Leggendo integralmente il testo, infatti, si potrebbe comprendere che trattasi di ben altro che delle semplici “provocazioni”, come definite dal Consigliere regionale PD Orsenigo – e che “il controaltare fatto di luce” da lui sottolineato è ben evidenziato e soprattutto ben conosciuto da don Giusto; che la “generosità dei comaschi” e “le tante iniziative di solidarietà che coinvolgono cittadini comuni” – parole del presidente provinciale di FdI Molinari – sono ben evidenziate nella lettera del don. Del resto, è del coordinatore di Forza Italia Gaddi l’interpretazione oggettiva di quei giudizi “come soprattutto rivolti all’attuale amministrazione (di Como – n.d.r.)”.

Il colpo al cerchio e quello alla botte, nella migliore delle ipotesi, sembra ormai essere lo stile che accomuna i fini elettoralistici di destra e sinistra, di chi amministra e di chi all’opposizione e perfino di chi sicuritario e di chi più libertario. Stile non adottato dal Sindaco Rapinese, che auspica un rapido allontanamento di don Giusto, né dal Sottosegretario Molteni il quale, dalle colonne de “La Provincia”, ci offre una vera chicca di alta ecclesiologia: a suo dire, “gli uomini di chiesa non devono creare divisioni, alimentare polemiche o conflittualità, ma unire, aggregare e creare forme di collaborazione”.

Che personalmente io ritenga tali compiti come piuttosto spettanti al primo cittadino di qualsivoglia comune, eletto per rappresentare tutta la cittadinanza sia essa partigiana di maggioranza o schierata con l’opposizione, o a chi ricopre incarichi di governo, chiamato a rappresentare l’intero Paese, non una parte di esso neppure se maggioranza, poco conta. Ciò che, al contrario, importa rammentare sono gli intenti di un tale che di chiesa pare se ne intenda e che duemila anni fa scrisse:” non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt. 10, 34-36).

P.S. da duemila anni, si sa, ai primi spetta il plauso del popolo, ai secondi la pubblica crocifissione.

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