Gli sciacall(e)oni

Saranno le conseguenze dei cambiamenti climatici o qualche operazione di manipolazione genetica sfuggita di mano che hanno consentito il prevalere di una nuova specie animale: lo sciacall(e)one.

Razza meticcia, o bastarda che dir si voglia, a mezzo tra il leone e lo sciacallo, da qualche tempo si è presa il dominio del territorio assoggettando e plagiando le paure dei più deboli, promettendo protezione e sicurezza per la propria razza, e difendendo gli interessi dei suoi clan.

Sin qui, il leone puntava la sua preda, la isolava dal resto del branco, la rincorreva sino allo sfinimento con l’obiettivo di avventarsi su di lei e prendersi le parti migliori, lasciando i resti della carcassa a sciacalli e iene. Da ieri, non più. Come se il leone abbia incomprensibilmente faticato per offrire allo sciacallo i pezzi migliori della sua preda. Come se abbia abdicato sulla scena in diretta. Trattenendo il ruggito, che a stento si fa sentire, per lasciare i microfoni aperti agli ululati e il digrignare repellenti degli sciacalli.

Così lo sciaccal(e)one può mostrare i suoi denti aguzzi, assetati di vendetta, grondanti bava e sangue, quali rituali istigatori di altre vendette, di altro sangue e di altra truculenta violenza. Può brandire i suoi trofei di caccia per mostrare al resto del branco gli “assassini comunisti”; lanciare i suoi ululati catarrosi, rancorosi ad invocare il “marcire in galera”; presagire altre battute di caccia, chissà se anche per “assassini fascisti”.

Il dubbio viene allorché il capo branco si dice alleato del vero protagonista dell’ultima battuta internazionale di caccia: un suo simile ancor più “nero” e ancor più violento, che da qualche tempo semina terrore nel territorio amazzonico; imponente esemplare “bastardo” di quella razza di sciacall(e)oni che si avventano su prede indifese, stremate dalla fame, rassegnate alla sconfitta, indebolite dalle malattie, consumate da torture e soprusi di ogni genere; che istigano la violenza dei disperati per trarre vantaggio dalla redditizia guerra tra poveri.

Gli sciacall(e)oni non si lasciano sfuggire alcuna occasione per affermare la loro presenza sul territorio; ancor più con la possibilità di mostrare le loro fauci affondate nella preda. Non è da loro valutare la pertinenza, l’opportunità, la decenza o il buon gusto: ciò che conta è essere lì, far vedere che “ci siamo”; spesso improvvisando cambi di “muta” di dubbia liceità.

Solo un “vecchio Re leone” ha lanciato un ruggito. Troppo lontano, troppo sdentato, troppo nostalgico per scuotere gli aspiranti al trono troppo indaffarati a disputarsi simboli e gerarchie.

Si ha un po’ l’impressione che il predominio degli sciacall(e)oni durerà ancora per un buon tempo.