Settore privato e società civile: rilfettiamoci ancora

Lo scorso 23 e 24 settembre a Ginevra, le Organizzazioni di Società Civile internazionale hanno adottato una dichiarazione presentata al Open-Ended Working Group  organizzato da FAO e OMS avente per obiettivo l’accordo sulla Dichiarazione Politica per la seconda Conferenza Internazionale sulla Nutrizione (ICN2) che si terrà a Roma dal 19 al 21 Novembre. Il messaggio principale contenuto nel Consensus Statement delle OSC è l’invito pressante ai Governi per assumere una forte  leadership per identificare  come affrontare alla radice le cause dei vari  aspetti della malnutrizione e della fame nel mondo nonché ad adottare un approccio basato sui diritti umani per il cibo e la nutrizione  in modo da garantire i diritti delle popolazioni e delle comunità più colpite dalle diverse forme di malnutrizione e per essere al centro delle politiche relative all’attuazione dei risultati del ICN2, nel rispetto dei diritti umani internazionalmente riconosciuti. Richieste queste, che sottolineano ancora una volta come la tendenza maggioritaria di affrontare il problema della fame nel mondo con strategie filantropiche ed assistenzialistiche, cioè senza aggredire le radici dei problemi e le politiche ingiuste che ne sono la fonte perpetua, debba essere sostituita da coraggiose e urgenti misure strutturali trasversali ai diversi settori delle politiche estere degli Stati.

Purtroppo, tra i più acerrimi oppositori a questa prospettiva si deve annoverare la Unione Europea che con l’intervento al tavolo negoziale del suo rappresentante ha richiesto la rimozione dal testo di ogni riferimento in merito agli impatti del commercio e delle sue politiche sulle condizioni di malnutrizione delle centinaia di milioni di persone che ancora soffrono la fame. Una posizione che sa di asservimento alle grandi multinazionali dell’agro business sebbene confutata da evidenti dati che da tempo dimostrano chiaramente come le cause della fame nel mondo derivino per l’appunto da politiche commerciali orientate al profitto non curanti dei diritti delle persone.

Ma ciò che potrebbe passare in secondo piano è un ulteriore richiesta inserita nella Consensus Statement con la quale le OSC presenti hanno fortemente richiesto di essere riconosciute come gruppo a sé stante, distinto dal settore privato i cui interessi  tendono ad essere orientati a rafforzare i valori di mercato all’interno della sfera dell’alimentazione e nutrizione  e a massimizzare i profitti. Una posizione chiara e netta che sembra però andare controcorrente, almeno stando a quanto registrato con insistenza nei recenti dibattiti tra società civile italiana e governo in occasione della riforma della legge di cooperazione. L’insistenza con la quale la nuova legge, e i nuovi trend della politica estera italiana, tendono ad associare il settore privato e le OSC nazionali, il tutto in vista di una maggior efficacia di intervento e di un omnicomprensivo “sistema Paese”, potrebbe trovare un buon punto di approdo e un nuovo slancio ideale proprio partendo da questa distinta presa di posizione delle consorelle impegnate sul fronte agricolo-alimentare.

Rifuggendo preclusioni e pregiudizi nei confronti del settore privato, che non mi sono mai appartenuti, ritengo tuttavia che una più chiara e praticata distinzione tra soggetti con obiettivi e principi così diversi non possa che giovare all’individuazione delle migliori sinergie a vantaggio di una più incisiva azione di cooperazione allo sviluppo. Sapendo che, se si vuole agire per il meglio, il “camaleontismo” di chi tenta di mimetizzarsi in abiti e compiti altrui ha già ampiamente dimostrato tutta la sua problematicità.

Il Trattato sul Commercio delle Armi entra in vigore

Quella del 2014 sarà una vigilia di Natale oltremodo particolare: il Trattato sul Commercio delle Armi (Arms Trade Traeaty – ATT) entrerà in vigore grazie alla recente sottoscrizione da parte di 8 nuovi Stati. La notizia è ufficiale. Con la firma del ATT da parte di Argentina, Bosnia, Bahamas, Repubblica Ceca, Senegal Uruguay, Saint Lucia e Portogallo,  lo scorso 25 settembre nel corso di un evento speciale promosso in concomitanza con l’Assemblea Generale ONU a New York, i Paesi sottoscrittori hanno raggiunto quota 53, superando il numero di 50 Stati sottoscrittori con il quale, ai sensi dei regolamenti delle Nazioni Unite, i Trattati internazionali entrano in vigore.

Ciò che colpisce in questo negoziato internazionale è certamente la rapidità di approvazione se paragonato ai normalmente lunghi iter che hanno sin qui caratterizzato l’adozione di altri importanti convenzioni. Infatti, ci sono voluti solo 18 mesi  dopo l’apertura ufficiale della raccolta firme per ottenere l’adesione dei 53 Paesi. Un fatto senza dubbio positivo, soprattutto nella sua dimostrazione lampante che non è impossibile agire celermente di fronte alle grandi urgenze globali pur se, dall’altro lato, manifesta quanto la comunità internazionale sia preoccupata e si senta minacciata  dalla deregulation di questo settore che porta ad una pressoché libera circolazione di armi.

Ma i buoni auspici e gli ottimi presagi che comporta questa attesa novità dell’ordinamento giuridico internazionale non finiscono qui. L’adozione del ATT dimostra ancora una volta come le battaglie condotte dalle Organizzazioni di società civile – OSC –  internazionale possono ottenere risultati apparentemente insperati, spesso classificati come utopici dai realisti oltremisura che pensano ed agiscono all’insegna dello stupido adagio “tanto il mondo è sempre andato così”. Era il lontano 2003 quando le OSC di tutto il mondo avevano dato vita alla Coalizione Control Arms con la quale, appunto, si chiedeva la regolamentazione del commercio delle armi, ivi comprese quelle cosiddette “leggere”, armi che come noto sono diffusissime e alquanto accessibili soprattutto in alcuni Paesi. Una campagna, quella di Control Arms, tutt’altro che giunta al suo obiettivo finale, infatti, pur con il successo delle 53 ratifiche ottenute, il lavoro è ancora in salita. Intanto per ottenere che almeno i 121 Stati firmatari, ma che ancora non hanno ratificato il ATT, e i 154 che hanno votato a favore della sua adozione lo scorso aprile 2013 si aggiungano quanto prima alla lista di quelli che lo hanno anche ratificato, quindi adottato. Poi, quale obiettivo qualitativamente importantissimo, riuscire a far si che in questa lista entrino al più presto tutti i maggiori Paesi produttori ed esportatori di armi, primi fra tutti gli USA, che ad oggi hanno solo firmato il ATT, il Canada, la Cina, la Russia e Israele  ancora oggi alquanto recalcitranti e oppositori. Infine, forse l’obiettivo più arduo, è quello di far seguire alle ratifiche misure concrete, efficaci e risolutive per la loro reale applicazione. Per le 8 categorie di armi convenzionali inserite nel ATT, dai carri armati alle armi leggere, l’articolo 63 del ATT impedisce agli Stati di autorizzare il trasferimento di armi che potrebbero essere usate per commettere genocidi, crimini contro l’umanità o di guerra; mentre l’articolo 7 estende la proibizione in caso di minaccia alla pace e alla sicurezza o nel caso di violazione delle leggi internazionali vigenti in materia di interventi umanitari e di diritti umani.

Ma soprattutto, la misura più interessante introdotta con il ATT è l’obbligo per ogni Paese di produrre annualmente un Rapporto sulla produzione ed il commercio delle armi: uno strumento che consentirà alle OSC di monitorare il reale andamento dell’applicazione del ATT. Compito che attende anche le Organizzazioni di casa nostra, l’Italia ha ratificato il ATT, e obiettivo per la performante “sezione italiana” della campagna globale Control Arms.

(articolo pubblicato su Repubblica.it)